CFF 2019 Awards (epilogo) – Sulle tracce di San Rocco e del Cristo Pinocchio


Premessa. Le ultime comunicazioni inerenti ai premi assegnati in occasione del CFF 2019 risalgono nientemeno che allo scorso febbraio. Si era allora dato conto del quarto vincitore (ex aequo) del Sanrocchino d’argento, con l’intenzione, di lì a poco, di rivelare al mondo le onorificenze di massimo prestigio. Senonché l’attenzione planetaria è stata improvvisamente catalizzata da fatti ormai arcinoti. Da qui la decisione di rimandare l’annuncio, così scongiurando il rischio che una notizia di tale importanza venisse minimamente offuscata dalla rumorosa cronaca degli scorsi mesi e al contempo consentendo a tutti i funzionari dell’Institute di concentrare i propri sforzi sull’accidentato svolgimento del CoFF 2020. Ora però che quest’ultimo sta per cedere il passo al Festival 2020 la buona novella non può essere più taciuta. “I want to know!”, esige a gran voce la gente, “Vorrei sapere!”, aggiunge, accalcandosi quotidianamente davanti ai Centri Studi ed intasando da molte settimane il centralino dell’Institute. Il Consiglio Direttivo, d’intesa con il Presidente onorario di Giuria Alberto Tomba, ha pertanto disposto l’integrale desecretazione degli atti relativi al CFF 2019 (cautela in precedenza adottata per evitare fughe di notizie). Ecco allora la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.


San Rocco, patrono del CFF

Un Sanrocchino d’oro lo si riconosce al primo sguardo. La Giuria normalmente non ha nemmeno bisogno di confrontarsi, giacché ciascun membro, mentre ancora scorrono i titoli di coda, ha già maturato in coscienza lo stesso convincimento dei colleghi. In sede deliberativa basta quindi fare il nome dell’opera da premiare con il supremo riconoscimento affinché unanime favore subito si manifesti mediante corale alzata di mano. Al CFF 2019 è tuttavia capitato un fatto senza precedenti: i giurati ci hanno visto doppio. Ciò non per un inganno dei sensi, ma perché ben due film sono effettivamente apparsi meritevoli del primo premio.

Da una parte Un Amleto di meno di Carmelo Bene, film d’apertura del Festival che ha stupefatto chi non aveva familiarità con l’autore (“ci ho capito davvero poco“, ha felicemente commentato un giurato) e accontentato quanti invece già lo amavano come un padre (o una madre) sin dai tempi del CFF 2018, ove Bene con la sua Salomè riscosse un consenso ugualmente generalizzato ed incondizionato. Purtroppo Un Amleto di meno fu l’ultima esperienza di C.B. in qualità di regista cinematografico, prima di tornare a tempo pieno in teatro: egli, come Amleto, si è fermato presso quella spiaggia disseminata di croci bianche, luogo di morte, beffarde riflessioni e noia superiore. Al cinema Bene lascia in eredità tutto e nulla, ossia il paradosso di un esempio irripetibile. Perché una filmografia talmente sprezzante, sconsiderata, buffa, anti-drammatica eppure stranamente, quanto sinceramente, lirica già sembrava impossibile farla una volta, figurarsi due. Oltre al ricordo resta perciò, a noi spettatori, la consapevolezza che, sì, è bello al minatore saltare in aria della sua stessa mina.

Venne poi Joan Lui – Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì, di Adriano Celentano. Un fulmine a ciel sereno, nell’ultima serata di proiezioni alla Sede Storica, quando ormai i giochi sembravano fatti. Joan Lui è il Vangelo secondo Celentano, un vangelo peculiare perché autobiografico: l’autore (regista, soggettista, sceneggiatore, montatore e musicista) ne è infatti pure il protagonista, un novello Gesù tornato sulla terra per chiudere i conti rimasti in sospeso da un paio di millenni. La pellicola riprende infatti l’arco narrativo del Nazareno dopo che si era arenato con la resurrezione (un colpo di scena sicuramente efficace ma sin troppo accomodante rispetto alle aspirazioni del fandom) e, sfruttando un vago accenno nei testi sacri ad una “seconda venuta” in occasione dell’Apocalisse, propone un remake/sequel della vicenda cristologica complessivamente migliorativo rispetto alla versione biblica.

Capite? La grandezza, la capite?

Stavolta il Messia agisce nel contesto storico-culturale della contemporaneità, sfoggiando abiti ben più stilosi rispetto alla vecchie palandrane e misurandosi con nuovi nemici e minacce. Ad avversarlo sono infatti la stampa comunista ed un diabolico plutocrate dallo strano accento giapponese, mentre droga e violenza dilagano per le strade delle metropoli.

Celentano mette in scena il suo personale delirio di onnipotenza, una personale rilettura del cristianesimo in musical. Scritto, montato, sceneggiato, musicato, interpretato e diretto con assoluta mancanza di qualsiasi misura e pudore, il film è un delirio finto-apocalittico che riesce a elencare, banalmente, i peggiori luoghi comuni del qualunquismo.

L’ammirazione di un fan

Come fare allora per combattere tanta pravità? Semplice: con la musica e la televisione. Questi sono i mezzi con cui Joan Lui lancia la sua offensiva al mondo, molleggiando come non mai (il film è, tra le tante cose, un musical) e compiendo miracoli attraverso il tubo catodico. Tutti elementi (insieme al dirompente umorismo nonsense) la cui assenza nella Bibbia aveva probabilmente impedito alla parola divina di far breccia prima d’ora nel cuore di molti.

Molleggiare contro il Diavolo

In definitiva, le considerazioni fin qui svolte e molte altre hanno indotto la Giuria, per la prima volta nella storia del festival, a premiare entrambi i film con il Sanrocchino d’oro. Una scelta inevitabile, che testimonia l’assoluto pregio delle opere accolte al CFF 2019. C’era tuttavia ancora una questione da sciogliere, e si trattava di una questione estremamente spinosa. Perché Joan Lui non era giunto a Calvari per caso, e non v’era giunto da solo.

L’annunciazione

21 gennaio 2019: su Canale 5, in prime time, va in onda la prima puntata di Adrian – la serie evento, opera d’animazione concepita e diretta da Adriano Celentano. La curiosità del pubblico era molta, ed anche presso la Sede Storica era maturato un certo interesse, benché fino ad allora l’Institute non avesse condotto alcuno studio sulla figura artistica di Celentano. 22 gennaio 2019: ad appena 24 ore di distanza, il secondo episodio di Adrian viene visto da un pubblico quasi dimezzato rispetto alla serata precedente. Gli spettatori di Celentano, che sempre lo avevano assistito in gran numero nelle sue scorribande televisive, sembrano insomma poco convinti dalla nuova creatura del Molleggiato. Alla Sede Storica, invece, ogni schermo resta sintonizzato su Canale 5 fino ai titoli di coda. 28 gennaio 2019: terza puntata, un altro milione di telespettatori perso per strada, massima attenzione da parte dell’Institute. 4 febbraio 2019: il pubblico continua a calare vistosamente. La preoccupazione è tanta e si rincorrono voci allarmanti. E poi il triste annuncio: il programma è sospeso fino a nuovo ordine, ufficialmente per problemi di salute di Celentano (“una brutta influenza stagionale“) ma, con ogni probabilità, a causa degli ascolti più che deludenti.

I want to know come va a finire

Un’ingiustizia che l’Institute non poteva tollerare, perché Adrian rappresenta tutto ciò che di buono e giusto c’è a questo mondo: inno alla Bellezza, meraviglia senza fine, voce che liberamente si esprime non curandosi di regole e limiti. Adrian è il Celentano-pensiero all’ennesima potenza. Adriano stesso è Adrian, l’Orologiaio, ed è la Volpe, ed è Darian la Befana“: tanti alter ego, perché uno solo non sarebbe bastato ad incarnare tutte le idee di colui che così fortemente esiste da dichiararsi Inesistente.

L’umanità, per quanto irriconoscente, non poteva essere privata di un tale capolavoro nella sua completezza e l’Institute, soprattutto, non avrebbe mai accettato di privarsene. Andava quindi esperito ogni tentativo utile e a tal fine furono chiamati a raccolta tutti i Centri Studi, avviando ricerche scientifiche sull’intera produzione artistica di Celentano: cantore, conduttore televisivo, attore e regista (con all’attivo ben quattro film diretti). Venne così alla luce l’ormai dimenticato Joan Lui che, come si sarà potuto intendere, costituisce una sorta di “prova generale” di Adrian, nella misura in cui sperimenta entro un minutaggio più contenuto analoghe soluzioni narrative, estetiche ed etiche.

Dopodiché si decise di riproporre al CFF 2019 le quattro puntate della serie già trasmesse in TV. D’altronde nell’ambito del festival già in passato si era abbondantemente coltivato l’interesse per la serialità televisiva (in particolare, per le telenovelas), ma stavolta l’intento, per così dire politico, era evidentemente quello di attirare in favore di Adrian l’attenzione del pubblico internazionale. E così è stato. Il resto è storia: Celentano torna in onda il 7 novembre e conclude la sua epopea, il 5 dicembre 2019, con un finale che fa impallidire quello di Neon Genesis Evangelion, cambiando per sempre lo statuto del medium televisivo. Cinque intensi giovedì, trascorsi con convivialità dal Consiglio Direttivo presso il Centro Studi di Genova (perciò ribattezzato “Cantina degli amici dell’Orologiaio“); occasione, peraltro, in cui è sorta l’esigenza di istituire il Calvari Film Festival OFF (CoFF).

Not the End

Veniamo allora al dilemma: premiare Adrian? E, se sì, come? Qualcuno osservò infatti che Adrian era passato solo incidentalmente al CFF 2019 e che la sua fruizione si era protratta nei mesi a seguire, ragion per cui sarebbe stato improprio celebrarlo al pari delle opere strettamente festivaliere. Altri invece dubitavano circa la possibilità di ideare un riconoscimento che potesse rappresentare non solo il valore artistico della serie ma anche ciò che essa aveva significato per la vita e le sorti dell’Institute. Poi però prese la parola uno fra i più saggi, e disse cose che fecero superare ogni indugio.

Sì, esatto. Vedere Adrian e seguirne le vicende distributive ci ha fatto percepire lo “spago“, ovvero il condizionamento di chi ci tiene ancora per la coda e cerca di sopprimerci, facendoci entrare in delle casse e diventare uguali agli altri, mentre noi vogliamo andare avanti, vogliamo espanderci, espandere la nostra mente e la nostra cultura. Questo anelito di libertà però Adrian l’ha anche assecondato: camminavamo lungo la strada, quand’ecco che abbiamo notato un punto in lontananza, una piccola luce sulla sinistra, fioca, e allora abbiamo abbandonato il sentiero per andare a vedere cos’era quel lumicino strano. Ebbene, così facendo, a differenza di tutti quelli che hanno continuato a percorrere la solita via, ci siamo ritrovati sulle tracce di un Cristo Pinocchio: un incrocio tra il viso di Cristo e la faccia di Pinocchio, sotto forma di un piccolo giocattolino elettronico da caricare a manovella. Quel pupazzo ci ha portato da altre parti lontane. Quel pupazzo era Adrian.

Forse non è mai stata formulata una sintesi più acuta della mission dell’Institute. Perché far parte dell’Institute vuol dire appunto cercare il Cristo Pinocchio, e quindi andare a vedere ove nessun altro, per scelta di vita o semplice disattenzione, posa lo sguardo. Ciò esige non solo incrollabile dedizione ma anche un serio lavoro su stessi, perché, tutto sommato, il Cristo Pinocchio è nell’occhio di chi guarda. Lo tengano bene a mente quanti desiderano prendere parte a questo sogno divenuto realtà.

Si concludono così i CFF 2019 Awards, in un tripudio di simboli e suggestioni religiose: accomiatandoci da Amleto su quella spiaggia disseminata di croci, ascoltando la buona novella di Joan Lui alla televisione e, da ultimo, riconoscendo ad Adrian, con deliberazione assunta congiuntamente dalla Giuria del festival e dal Consiglio Direttivo, lo status ufficiale di Cristo Pinocchio. Un sentito ringraziamento va infine ai giurati, che ispirati da San Rocco sono riusciti abilmente a portare a termine l’arduo compito, e a tutti coloro che con la loro opera e partecipazione hanno contribuito a rendere il CFF 2019 una delle edizioni più interessanti ed emozionanti in assoluto. Il che ci inorgoglisce e al contempo sprona, adesso, a fare ancora meglio.

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