Antefatto
Nella serata di ieri allo scrivente è capitato di rivedere il film oggetto del presente approfondimento in un contesto amicale esterno all’Institute. Era pertanto una platea poco avvezza a certe visioni, eccezion fatta per qualche cultore della materia, e così ha finito per prevalere un clima di disattenzione e insofferenza, con tanto di addormentamenti e persino tentativi, subito frenati, di abbandonare anzi tempo la proiezione. Ecco allora l’esigenza di riesumare, in via estemporanea, la rubrica dedicata ai cinepanettoni, con un nuovo contributo atto ad agevolare l’elaborazione dell’esperienza per quanti già l’hanno vissuta, invogliare chi ancora non avesse visionato l’opera a provvedere il prima possibile e, più in generale, esporre le ragioni storico-artistiche per cui non si tratta di un “film di merda” ma, tutt’al più, di un “film sulla merda”.

Secondo molta letteratura scientifica, Natale in India (2003) rappresenterebbe, insieme a Natale sul Nilo (2002), il culmine dell’età aurea dei cinepanettoni. Sebbene tale impostazione pecchi un poco di storicismo, tralasciando meriti e pregi di opere che non appartengono a quel fortunatissimo periodo, si può in buona sostanza concordare. Nei primi anni del terzo millennio il cinepanettone sembrava infatti aver raggiunto la massima lievitazione: scrittura raffinatissima, regia magistrale ed interpreti in stato di grazia. A ciò si aggiungeva una rinnovata ambizione, anche produttiva, nella scelta delle location: già in passato si era affascinato il pubblico nostrano con ambientazioni straniere, ma la proposta di mete esotiche, ancor più suggestive, segnò una vera e propria svolta all’interno del genere. Le situazioni e gli stilemi tipicamente natalizi lasciarono così il passo all’esplorazione, condotta con rigoroso metodo etnografico, di nuovi contesti e culture. Natale in India manifesta questa attitudine sin dai titoli di testa, offrendo all’ascolto sonorità fortemente evocative di quella terra lontana.
Prima però che il travolgente viaggio nel subcontinente indiano abbia inizio, il film si prende una giusta mezz’ora per presentare i protagonisti, delinearne i caratteri ed illustrare le vicende personali che andranno a svilupparsi in un fittissimo intreccio. Uno schema solo all’apparenza convenzionale, giacché la sceneggiatura (cui hanno collaborato ben dieci mani) pone sì solide basi narrative ma riesce poi a coniugare (in)credibilmente l’ordinato svolgimento degli eventi, a tratti talmente serrato da fare impallidire molti thriller, e arditissime variazioni.
Basti pensare alle vicissitudini di Massimo Boldi e Christian De Sica: il primo, giudice di grande rettitudine, appassionato di yoga e vegetariano, dovrebbe presiedere il processo a carico dell’altro, imprenditore cafone e probabilmente responsabile di svariati illeciti penali; De Sica, grazie alla complicità del suo avvocato (un ottimo Biagio Izzo) e della di lui procace fidanzata, architetta tuttavia un’astuta messinscena, fingendosi il marito della ragazza ed in tal veste cogliendo Boldi in atteggiamenti equivoci con lei, il che porta il magistrato ad astenersi dal giudicare per motivi di opportunità. Senonché i due e le rispettive famiglie si ritrovano casualmente in vacanza in India, nello stesso albergo, e allora il lestofante è costretto a fare di tutto per evitare che l’ignaro raggirato incontri la sua vera moglie, scopra così l’inganno e scateni poi una tremenda ritorsione giudiziaria. Per di più c’è anche l’eventualità che i loro figli siano stati scambiati alla nascita, avvenuta il medesimo giorno nel medesimo ospedale.
È spontaneo chiedersi: come fare a condensare in appena un’ora e quaranta minuti cotanto materiale ed ulteriori sottotrame a loro volta bisognevoli di tempi congrui? Ebbene, il merito d’un tale prodigio va tutto a Neri Parenti, esperto artefice di una regia improntata al show, don’t tell e quindi capace di valorizzare l’eloquenza delle immagini in luogo di superflui spiegoni. In tal modo Parenti non solo riesce a mantenere il ritmo sempre sostenuto ma pure ad assecondare la sceneggiatura laddove essa scientemente devia da uno sviluppo lineare. È il caso della lunga sequenza nella giungla che comincia proprio a metà del film, con un susseguirsi di gag e bislacchi incidenti di percorso: sabbie mobili, cerbiatti barbaramente accoppati, iniezioni di tè freddo nelle parti intime, formiche insidiose e tigri vogliose. Degno di menzione, a tal proposito, è il notevole movimento di macchina che simula la soggettiva del felide mentre ingroppa Boldi.
La regia di Parenti risulta al contempo elegante ed avvolgente, talora regalando ampie panoramiche delle architetture locali e talaltra soffermandosi con inquadrature più ravvicinate su usi e costumi. Ne risulta un variegato campionario delle peculiarità indiane: templi, palazzi, mercati, strade affollate da uomini ed animali, vacche sacre (prese a pedate), elefanti di Cerignola, bonzi dai superpoteri e via discorrendo. Non pago, il regista s’azzarda pure a sperimentare con gli effetti visivi, ad esempio sospendendo Boldi in meditazione a mezz’aria e componendo nella medesima inquadratura un duplice Enzo Salvi che dialoga con un suo perfetto sosia.

L’appena citato Salvi merita un discorso a parte. Nei panni del rapper Vomito egli diviene strumento di scherno rispetto agli eccessi di un certo ambiente musicale e sorprende come la sagace parodia, almeno per quando concerne il contesto italiano, risulti più attuale oggi che allora. Vomito appare infatti come un campione del trash che di questi tempi spopola sui social e, come tale, non faticherebbe ad ottenere milioni di visualizzazioni su YouTube, disponendo d’altronde di una vasta fanbase (i Ruttini). Significativa è poi la sua fissazione per la trasgressione, tant’è vero che durante le riprese in India per il suo ultimo videoclip continua a domandarsi “È abbastanza trasgressivo? No, dico, il pubblico lo capirà ‘sto doppio senso?“; ciò con riferimento all’enorme proboscide di elefante che indossa ad altezza pacco. Ed altrettanto eloquente è la risposta del suo manager: “È un tantinello raffinato eh, ma io penso si capisca“.
Quanto finora esposto aiuta a capire perché Natale in India risulti all’assaggio così saporito. A renderne davvero speciale il sapore è tuttavia l’uso massivo di uno specifico ingrediente. Vale a dire: lo sterco. Sembra quasi che Parenti e gli altri sceneggiatori si siano voluti misurare con la sfida di menzionarlo e mostrarlo quanto più possibile. Se così stanno le cose, non v’è dubbio alcuno che essi siano trionfalmente riusciti nell’impresa. Le prime avvisaglie già si manifestano al minuto 02:35, quando il cane di De Sica evacua abbondantemente in un giardinetto pubblico e, con le zampe posteriori, spazza la materia addosso ad alcuni poveri bambini. Una fragorosa flatulenza di Boldi ne riporta poi in scena l’olezzo al minuto 05:00, mentre al minuto 20:14 si procede direttamente alla degustazione. Dall’arrivo in India a seguire i riferimenti divengono pressoché onnipresenti.
Qui in India fanno un Arbre Magique allo sterco che è speciale. C’è allo sterco de vacca, de cane, de maiale, de cinghiale… ce sta pure de vitello, de criceto, de koala. Pure naturale, ecologico… de merda.
Boldi, appena giunto in India
Senza alcuna pretesa di completezza: Boldi calpesta gli escrementi di una mucca sacra e, onorato, decide di conservare il lascito come cimelio; Enzo Salvi infila la testa dentro al water e ne descrive il contenuto; De Sica assapora dei “dolcetti allo sterco” che, per sua fortuna, si riveleranno non essere tali. Gli autori sono consapevoli che tanta insistenza potrebbe risultare tediosa, come dimostra lo sfogo di De Sica quando Boldi, nel corso delle disavventure nella giungla, gli propone di costruire una capanna di sterco: “Ma lei è fissato con ‘sto sterco! Ci fa tutto, è come i Lego“. Poco dopo tuttavia lo stesso De Sica viene liberato da un’infestazione di formiche (penetrate in lui attraverso un orifizio che non occorre specificare) proprio grazie ad un’inalazione di sterco, e quindi muta totalmente atteggiamento rispetto alla sostanza.
Giudice, le devo dare atto che questo aerosol alla merda è miracoloso. Le formiche sono sparite e per di più mi è venuto un certo languorino!
De Sica
In definitiva, sarebbe facile liquidare la scelta autoriale in questione come un semplice divertissement. Sarebbe però parimenti riduttivo e financo erroneo, giacché si finirebbe per negare ogni rilevanza alle sfumature appena evidenziate. Appare pertanto doveroso avanzare una lettura più articolata, considerato anche il peso delle personalità coinvolte nonché dei loro precedenti lavori. In questa prospettiva, è assai probabile che la squadra guidata da Parenti abbia voluto mettere lo spettatore a confronto con le sue più profonde idiosincrasie, simboleggiate appunto dallo scarto materico. La giocosità nel trattare l’argomento, persino nei frangenti di maggior disgusto, andrebbe allora intesa come un invito provocatorio alla spensieratezza, a non lasciarsi sopraffare dalle proprie avversioni ed eventualmente a riconoscere un’oggettiva bontà o utilità pure in ciò che ci ripugna. Un’esortazione, questa, che soprattutto dovrebbe essere ascoltata dai detrattori dei cinepanettoni e che forse, sotto sotto, proprio a loro è rivolta.
L’uomo, che essere meraviglioso! ‘Na bella pisciata, ‘na bella cacata e ti riconcili con il creato!
De SicaBuddha


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