F come Fine, F come Fulci: “…E tu vivrai nel terrore! L’aldilà”


T U N G S T E N O
La rassegna in fondo al tunnel


Quando entrammo nel tunnel dello Smart-Instituting non sapevamo quanto sarebbe durato il percorso né quali tesori avremmo potuto rinvenire in quell’arcana dimensione dell’essere. La traversata è stata avventurosa ma profittevole, giacché la guida dell’istinto prima e d’un padre tecnologico poi ha consentito di scovare autentiche perle della cinematografia e persino opere in oro purissimo. Ora però, dopo molte settimane, pare in lontananza di poter scorgere l’uscita. A segnare la via è un altro metallo che, portato a incandescenza, fa luce su altri 13 fenomenali film. Ci apprestiamo quindi a compiere gli ultimi passi, rinfrancati dal vivo bagliore del tungsteno e certi che una cifra così fortunata aiuterà il buon esito di questo lungo viaggio.


Oggi manca totalmente il senso della libertà. Si vuole produrre qualcosa per cui lo spettatore possa identificarsi e ritrovare i suoi schemi abitudinari, ora dolorosi, ora felici, ora immaginari, ora realistici, ma sempre esposti in uno schema narrativo consolatorio.

Così dice Mario Masini, direttore della fotografia dei film di Carmelo Bene (eccetto Capricci), in una recente pubblicazione dedicata appunto al cinema beniano. L’affermazione coglie indubbiamente nel segno, almeno per quando concerne le produzioni destinate al grande pubblico, ove tutt’al più si prova a spacciare come originali o persino geniali trovate in realtà piuttosto modeste. Ecco allora che Sam Mendes realizza un film di ambientazione bellica mediante tanti piani sequenza raccordati in modo tale da apparire come una singola ripresa unitaria. Il tutto con abbondanza di mezzi, risorse e potendo oggi giorno fare affidamento su tecnologie che consentono ampia libertà d’azione e notevoli possibilità d’intervento in post-produzione. Peccato che buona parte dei molti stacchi vengano dissimulati ricorrendo, stancamente, agli espedienti escogitati da Hitchcock per concretizzare il medesimo proposito nel lontano 1948, quando però esistevano limitazioni tecniche ormai ampiamente superate. Si dà inoltre il caso che già nel 2002 un certo Aleksandr Sokurov fosse riuscito a girare un capolavoro con un unico, autentico, piano sequenza malgrado una messa in scena assai impegnativa (quasi mille attori e comparse). Nell’opera di Sokurov questa soluzione formale è peraltro perfettamente funzionale rispetto al contenuto (un viaggio nella storia russa, compendiata in un museo, attraverso uno sguardo ininterrotto), mentre in quella di Mendes emergono alcune criticità (su tutte, la gestione degli spazi e dei tempi) che rischiano di compromettere il quil pluris nel coinvolgimento del pubblico ricercato proprio per mezzo del piano sequenza. Con ciò non si vuole oltre modo maltrattare il povero Sam, il cui lavoro, al di là dell’intento un poco velleitario, conserva degli elementi d’interesse: l’andamento della narrazione, arricchito da un picco d’intensità inaspettato nel finale, consente ad esempio il paragone con uno dei migliori brani del Maestro Bini.

Il punto, semmai, è il valore delle idee a prescindere dalle risorse a disposizione. A tal proposito Masini racconta come durante le riprese di Nostra Signora dei Turchi, a causa della carenza pressoché totale di mezzi, dovette effettuare le carrellate stando seduto nel passeggino di suo figlio oppure accovacciato nel bagagliaio di un auto. Ciò nonostante il risultato è di assoluto pregio, tant’è vero che pochissimi film sono in grado di rivaleggiare con l’opera prima di Bene. Il che non vuol dire fare l’elogio del pauperismo: sarebbe insensato e probabilmente anche ipocrita, considerando che l’Institute, fra l’altro, svolge anche attività bancaria. Lunga sarebbe inoltre la lista di ottimi film realizzati con buoni finanziamenti: basti pensare, restando in ambito italiano, alle grandiose fantasie portate in scena da Fellini. Per contro, quando un altro genio come Mario Bava, abituato a lavorare con poco, si trovò a gestire in Diabolik il budget più alto della sua carriera riuscì nella clamorosa impresa di non spenderlo tutto: indicativa in tal senso fu la decisione di allestire il grande covo del protagonista non investendo in costose scenografie ma aggiungendo buona parte dei dettagli mediante fotografie e pezzi di vetro applicati direttamente sull’obiettivo della cinepresa.

D’altronde, se c’è qualcosa che quest’ultima folgorante rassegna del CoFF ha saputo dimostrare è proprio la potenza di certo cinema rispetto a qualsiasi pregiudizio e preconcetto. Significativo, per la proiezione conclusiva di stasera, è perciò il ritorno del caro Lucio Fulci, già celebrato in uno scorso appuntamento e di cui giusto ieri ricorreva la nascita. Ciò che ci attende in fondo al tunnel è infatti l’Aldilà: no, non il trapasso (o forse sì, chi può dirlo), bensì il capolavoro fulciano dal titolo, programmatico, …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà. Opera estrema, coraggiosamente libera, la cui narrazione sfilacciata e inconseguente si fonda su un’idea la cui forza, traslata in immagini dal poeta del macabro, giustifica tutto.

Il messaggio che cercavo di comunicare è che la nostra vita è un terribile incubo e che l’unica via di fuga è nascondersi in questo mondo fuori dal tempo. Alla fine del film […] c’è questo deserto senza luce, senza ombre, senza vento… il nulla assoluto. Credo di essermi avvicinato a ciò che gran parte della gente pensa dell’aldilà.

L. Fulci

Scenografie molto scarne, un po’ di fumo, la sempre ottima colonna sonora del fidato Fabio Frizzi ed una frase suggestiva. Tanto basta a Fulci per chiudere un film grandissimo alla grandissima ed ugualmente a noi per terminare la lunga traversata illuminata dal tungsteno incandescente. Così, mentre in altra parte dell’internet ancora si dibatte di trottole che girano scioccamente a vuoto, noi ci apprestiamo ad affrontare il mare delle tenebre e ciò che in esso vi è di esplorabile.

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