La terza via al sublime: “Barbarella”


T U N G S T E N O
La rassegna in fondo al tunnel


Quando entrammo nel tunnel dello Smart-Instituting non sapevamo quanto sarebbe durato il percorso né quali tesori avremmo potuto rinvenire in quell’arcana dimensione dell’essere. La traversata è stata avventurosa ma profittevole, giacché la guida dell’istinto prima e d’un padre tecnologico poi ha consentito di scovare autentiche perle della cinematografia e persino opere in oro purissimo. Ora però, dopo molte settimane, pare in lontananza di poter scorgere l’uscita. A segnare la via è un altro metallo che, portato a incandescenza, fa luce su altri 13 fenomenali film. Ci apprestiamo quindi a compiere gli ultimi passi, rinfrancati dal vivo bagliore del tungsteno e certi che una cifra così fortunata aiuterà il buon esito di questo lungo viaggio.


Il 1968 è stato senza dubbio alcuno un anno cruciale per la settima arte. Roman Polański e George Romero rilanciarono il genere horror, affermando una chiara visione autoriale sia nell’ambito di produzioni indipendenti che in quelle a più alto budget. Ingmar Bergman nel frattempo poneva le basi per quel cinema che sarebbe poi stato coltivato da David Lynch e tanti suoi epigoni. In Italia, l’esordio di Carmelo Bene al di qua e al di là della macchina da presa sconvolgeva il festival veneziano, conquistando il premio speciale della giuria ed un posto d’onore nell’olimpo del cinema. Analogo valore va riconosciuto alla kubrickiana Odissea nello spazio, uscita in sala sempre nel ’68 e comunemente considerata la madre della fantascienza dotta.

La (ri)nascita della fantascienza dotta

Tuttavia, a parere del Calvari Film Institute, la vera natura dell’opera di Kubrick non è stata del tutto compresa. Certo, l’approccio sci-fi che il film propone è innegabilmente cerebrale e la narrazione sembra disegnare un’evoluzione lineare nella storia dell’uomo, prendendo le mosse dallo stadio bestiale e culminando in una rinascita stellare. Ad affascinare maggiormente, però, è quanto sfugge alla comprensione, vale a dire le dinamiche e le forze ignote che dirigono tale progresso, e quindi il mistero dell’iconico monolito: entità enigmatica, forse benevola, forse operante al di là del bene e del male; dubbio che getta un’ombra inquietante su quel finale all’apparenza trionfalistico.

In questa prospettiva, 2001: Odissea nello spazio è più vicino al capolavoro beniano che, per esempio, al Solaris di Tarkovskij con cui spesso si fanno paragoni. In Nostra Signora dei Turchi Bene, compiendo come regista-attore un vero e proprio attentato ai principi che regolano la rappresentazione del reale in scena, diviene infatti artefice ed al contempo martire di un’esperienza non dissimile rispetto a quella vissuta dall’astronauta Bowman nella finzione kubrickiana e così pure dallo spettatore nel momento in cui si trova ad elaborare tutti questi stimoli e suggestioni. In altri termini, le opere in questione non si rivolgono all’intelligenza di chi guarda, se per intelligenza si intende la mera capacità di ridurre la percezione ad una spiegazione razionale; occorre semmai una sensibilità intellettuale, e cioè un diverso processo mentale (e spirituale) tale per cui la comprensione passa attraverso la piena consapevolezza della sensazione.

I più attenti ricorderanno che parole in certa misura analoghe erano state in precedenza spese per definire il fenomeno dell’impresa felice come l’esperienza di “essere nella sensazione”, godibile anche prescindendo da un’assimilazione a livello intellettuale. Questo può essere vero pure per le opere di Bene e Kubrick, a patto che il fruitore disponga di una sensibilità spiccatamente intuitiva. La complessità artistica dei due film suscita tuttavia un sentimento ancor più intenso: quello del sublime, che si può provare solo grazie ad uno spettacolo di potenza o immensità tale da far prendere coscienza dei limiti della razionalità e riconoscere, di conseguenza, la possibilità di una dimensione da esperire sul piano puramente emotivo. Pertanto, a differenza dell’impresa felice, l’abbandono alla sensazione è il risultato non di un semplice accantonamento bensì di un più consapevole superamento delle strutture razionali.

Attentare alla ragione

L’indagine che Tarkovskij svolge nel citato Solaris è invece di altro tipo. Il rapporto tra scienza e sentimento, che pure è al centro del film, ha infatti una portata più esplicitamente diegetica, giacché a venir messa in crisi è la capacità di discernimento dei personaggi piuttosto che quella del pubblico. La sperimentazione, sia narrativa che meta-narrativa, si sviluppa d’altra parte con eminente riferimento all’emotività: quella dei protagonisti, i quali, giunti sul pianeta senziente Solaris per studiarne la natura, finiscono per essere essi stessi studiati e messi alla prova nel profondo dei loro sentimenti; e quella dello spettatore, di cui sequenze fortemente evocative risvegliano il puro sentire, come spesso avviene nel cinema del regista russo. A tratti perciò si sperimenta una sensazione simile al sublime, ma la relazione fra intelletto ed emozione è più armoniosa, basandosi sulla dinamica del trasporto invece che dell’abbandono o del rapimento. Una sfumatura, questa, che diversifica Solaris da 2001 ed accomuna quest’ultimo più a Stalker, altra grande opera di Tarkovskij ove lo scarto gnoseologico tra racconto e rappresentazione è fonte di radicale disorientamento.

Puro sentire

In ogni caso, il contributo sia di Kubrick che di Tarkovskij alla fantascienza cinematografica ha segnato la storia del genere (e non solo) tanto quanto, a livello commerciale e nell’immaginario popolare, ha fatto Guerre stellari: da una parte un cinema “alto”, fondato sui massimi sistemi e dallo slancio distintamente artistico; dall’altra una proposta comunque autoriale ma formulata per il grande pubblico, e quindi più accessibile. I due filoni negli anni si sono sviluppati ed anche influenzati a vicenda con alterna fortuna, generando prodotti d’indubbio pregio ma anche clamorose fetecchie. In tempi recenti è così capitato di venire sorpresi dalle buone intuizioni che elevano Star Wars – Gli ultimi Jedi e poi delusi dal catastrofico seguito, L’ascesa di Skywalker, stanchissima riproposizione del solito canovaccio che fa sprofondare la saga nel ridicolo involontario. Nel quadro invece della fantascienza dotta, non mancano gli esempi di film seriosi, con grandi ambizioni intellettuali ma dalla resa men che mediocre: si pensi ad Interstellar, pienamente ascrivibile alla particolare categoria della scoreggia fritta.

“La scoreggia non è un’offesa… è una realtà, una realtà precisa”

A fronte della panoramica fin qui delineata, c’è però un’opera che rappresenta non solo un modo ancora diverso di fare fantascienza, ma pure una terza via per raggiungere il sublime. E, guarda caso, è proprio un film datato 1968: Barbarella. Spericolato ai limiti della sconsideratezza, colorato come i fumetti d’una volta, esilarante e genuinamente spensierato, esso dribbla intelletto, spiritualità ed emotività del pubblico grazie ad un’impostazione libertaria e libertina che tanto più oggi, essendo giunte a maturazione determinate istanze sociali e culturali, risulta assolutamente irresistibile.

“Questo è il film che avrei voluto fare io!”, pare abbia detto Kubrick subito dopo la visione, implicitamente rinnegando la sua Odissea, mentre altri cineasti si sono in seguito effettivamente cimentarsi nell’impresa di emulare Barbarella: hanno così visto la luce l’ottimo Flash Gordon, già celebrato in una scorsa smart-rassegna, e sulla scia di quest’ultimo i due buoni Guardiani della Galassia di James Gunn e, sempre nel contesto del Marvel Cinematic Universe, il meno riuscito Thor: Ragnarok.

L’eponima protagonista è poi divenuta a pieno titolo un’icona femminista, in quanto modello di eroina indipendente ed intraprendente al di là di ogni facile retorica. Ulteriore motivo d’interesse per l’Institute, che già da tempo conduce e promuove approfonditi studi in materia di femminismo, come dimostrano questo longevo CoFF e la più recente iniziativa del Murderer, I Wrote.

“Femminista chi?!”

A chi volesse ancora una volta provare la rara sensazione del sublime non resta pertanto che connettersi stasera stessa agli smart-canali dell’Institute e, come recita la frase di lancio del film, “see Barbarella do her thing“.

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