T U N G S T E N O
La rassegna in fondo al tunnel
Quando entrammo nel tunnel dello Smart-Instituting non sapevamo quanto sarebbe durato il percorso né quali tesori avremmo potuto rinvenire in quell’arcana dimensione dell’essere. La traversata è stata avventurosa ma profittevole, giacché la guida dell’istinto prima e d’un padre tecnologico poi ha consentito di scovare autentiche perle della cinematografia e persino opere in oro purissimo. Ora però, dopo molte settimane, pare in lontananza di poter scorgere l’uscita. A segnare la via è un altro metallo che, portato a incandescenza, fa luce su altri 13 fenomenali film. Ci apprestiamo quindi a compiere gli ultimi passi, rinfrancati dal vivo bagliore del tungsteno e certi che una cifra così fortunata aiuterà il buon esito di questo lungo viaggio.
La nostra storia inizia in Italia, nel momento in cui le due giovani coriste di un popolare gruppo della provincia pavese decidono di emanciparsi dall’incontenibile verbosità di Max Pezzali e dal conturbante fascino di Mauro Repetto e mettersi in proprio. Con l’aiuto e il supporto disinteressato del pigmalione filantropo Claudio Cecchetto, scrivono un paio di pezzi e si presentano al quarantasettesimo Festivàl della canzone italiana, condotto per l’ennesima volta dall’indimenticato Mike. Mentre i Jalisse vincono la sezione Campioni della kermesse sanremese, le nostre due pulzelle, con un abbigliamento innocente e un candore prepuberale, trionfano tra le Nuove Proposte con il loro pezzo d’esordio, Amici come prima. Nei mesi successivi la loro popolarità esplode, sono inarrestabili, ovunque. A giugno fanno da gruppo spalla a Michael Jackson durante l’History World Tour, durante l’estate partecipano al Festivalbar e Un disco per l’estate, a fine anno vengono scritturate dalla Disney per la colonna sonora del film Hercules. È il 1997, l’anno della svolta, il mondo è ai loro piedi.

Ma gli anni trascorrono veloci e spietati. Al loro primo, ingenuo, album, Ci chiamano bambine, segue il più maturo Giornata storica, che viene però inaspettatamente apprezzato meno da critica e pubblico. Partecipano nuovamente al Festivàl di Sanremo, ma questa volta, complice forse l’assenza del compianto Mike, si qualificano 16esime e penultime. Le due ragazze allora provano a reinventarsi, con il terzo disco, Television, muovendosi dalle influenze celtiche alle più accessibili sonorità spagnole. Con Vamos a bailar (Esta Vida Nueva) puntano tutto sulla loro nuova immagine e, anche grazie a un video sordidamente ammiccante, riacquistano la notorietà e il volubile favore del pubblico. È in questo momento che scoprono qual è l’ingrediente segreto che fa vendere la musica in Italia nei primi anni 2000. O almeno, è quello che credono. Il quarto album, il cui titolo, Festival, ricorre nella loro storia, rinuncia a tutto il resto e investe soltanto sulla loro svolta sexy, fino al culmine, il provocante brano Kamasutra. Alcuni fotogrammi diffusi sul portale web Virgilio destano stupore e sconforto nella popolazione e costringono i canali musicali prima a censurare la trasmissione del video, e successivamente a mostrarne solo una versione edulcorata.

Sono passati solo 6 anni. Sono andate all-in con una mano debole e il mondo non glielo ha perdonato. La loro vita non è andata del tutto a rotoli, ma sono ormai molto lontane dal successo che sognavano nell’inverno del ’97, quando avevano ancora occhi fiduciosi e innocenti e il futuro sembrava distendersi roseo davanti a loro. Da Kamasutra in poi, il tracollo: un quinto album che passa sottotraccia, un’umiliante eliminazione al primo turno dell’ennesimo Festivàl, altri tre o quattro dischi che non vale la pena di menzionare, fino agli inevitabili litigi e a uno scioglimento arrivato con parecchi anni di ritardo. Con il senno di poi, sembra già miracoloso che non siano finite tra le braccia di un Diprè qualsiasi, come le tante Sara Tommasi di questo mondo. Ma, alla conclusione della loro triste parabola, a tutti noi rimane questa eredità immortale, questo verso coraggioso che ha segnato la loro fine:
Sì, dammi l’estasi, sono in orbita, Kamasutra.
È esattamente di questo che parla il film di stasera. Martyrs è una pellicola insolita, non sembra neanche un unico film, ma una successione di horror diversi, compressi in meno di 100’. Parte come home invasion, poi sembra un revenge movie, diventa un thriller sovrannaturale, sfocia addirittura nel torture porn, fino al limite dello snuff. E nel mezzo butta un altro paio di generi, cambiando continuamente e freneticamente direzione, come una scimmia sotto ecstasy. Parlare dello sviluppo della storia senza anticipare nulla e rovinare le innumerevoli sorprese e l’allegria che pervade la sua atmosfera è quasi impossibile. Protagoniste sono le due inseparabili Lucie & Anna e la loro lotta contro un mondo che vuole trattenerle, incatenare le loro aspirazioni e ambizioni, senza rispetto per la loro volontà. Praticamente la storia delle nostre due ex-coriste: mancano solo l’inobliabile Mike e Claudio Cecchetto.

Martyrs si incastona come una gemma all’interno della nouvelle vague dell’horror francese dei primi anni 2000, insieme a opere come À l’intérieur, La Horde e Frontière(s). Il regista è Pascal Laugier, al suo secondo film, che grazie alla visibilità conquistata con Martyrs nei dieci anni successivi sbarcherà a Hollywood e, con un budget a 8 cifre, finirà per girare i dimenticabili The Tall Man e Ghostland. Anche le protagoniste, Mylène Jampanoï e Morjana Alaoui, nonostante i nomi bellissimi (o forse proprio a causa di questi), dopo questa opera non parteciperanno più ad alcunché di significativo. L’unico a confermare le aspettative di grandezza derivanti da un esordio come questo sarà l’imberbe Xavier Dolan, che meno di un anno dopo passerà dall’altro lato della macchina da presa e girerà J’ai tué ma mère, che gli spalancherà le lucenti porte del successo.

Questa visione rappresenta per il Calvari Film Institute l’ennesima occasione per innovare e rinnovare, giacché, con una fantasia e una prolificità che sarebbe riduttivo confrontare alla Silicon Valley del finire degli anni ’70, ancora una volta si reinventa dando vita, sempre nell’ambito di questa Tungsteno Edition, al primo evento di Parallel Smart-Instituting della storia del Cinema. Infatti, mentre la maggior parte dei membri dell’Institute, come è d’uopo, seguirà con l’abituale spirito critico il citato Martyrs del 2008, una coppia di visionari sperimentatori si sottoporrà, eroicamente, al Martyrs del 2015. Ebbene sì, il remake americano diretto da Kevin e Michael Goetz, registi talmente fondamentali da non avere neanche una pagina Wikipedia che consenta di capire qualcosa di loro, se si è alla ricerca delle 7 piccole differenze rispetto all’originale.

Tutto questo non dipende sicuramente dal fatto che i due spettatori in questione abbiano visto molto di recente il film francese e non abbiano perciò voglia di replicare, ma solo dalla smania di continua sperimentazione e da un anelito di gloria imperitura per l’Institute.


Lascia un commento