Caro Miike ti scrivo: “Gozu”


T U N G S T E N O
La rassegna in fondo al tunnel


Quando entrammo nel tunnel dello Smart-Instituting non sapevamo quanto sarebbe durato il percorso né quali tesori avremmo potuto rinvenire in quell’arcana dimensione dell’essere. La traversata è stata avventurosa ma profittevole, giacché la guida dell’istinto prima e d’un padre tecnologico poi ha consentito di scovare autentiche perle della cinematografia e persino opere in oro purissimo. Ora però, dopo molte settimane, pare in lontananza di poter scorgere l’uscita. A segnare la via è un altro metallo che, portato a incandescenza, fa luce su altri 13 fenomenali film. Ci apprestiamo quindi a compiere gli ultimi passi, rinfrancati dal vivo bagliore del tungsteno e certi che una cifra così fortunata aiuterà il buon esito di questo lungo viaggio.


Caro Takashi, sai, io c’ero quella volta a Venezia, quando ancora i rapporti fra l’Institute e la Laguna erano quanto meno cordiali. Era il lontano 2004 e tu presentavi al mondo il tuo capolavoro definitivo: Izo, distillato purissimo di cinema postmoderno, sfrondato d’ogni abbellimento, massacro infinito, bagno di sangue con poco sangue, senza spettacolo, opera troppo lucida, troppo poco interlocutoria per essere apprezzata da quel pubblico lì. Eravamo infatti pochissimi, in sala, al termine della proiezione. C’era il tuo amico Quentin: il tuo film si contrapponeva nettamente all’impostazione di tutta la sua filmografia, eppure lui, sincero amante e fine intenditore della settima arte, ti applaudiva calorosamente nel silenzio generale. C’era anche l’ottimo Enrico Ghezzi, che laconicamente sentenziò: “Dopo il cinema c’è Izo“.

E poi c’ero io: “Questo giovanotto va tenuto d’occhio”, pensai. Tu avevi già quarantaquattro anni, io neanche nove. Ancora ti conosceva poco, qualcuno sì mi aveva parlato bene di te, ma altri tuoi film non ne avevo visti. Izo, però, faceva davvero ben sperare, sia per la qualità intrinseca del prodotto sia per le opposte reazioni suscitate nella platea; elementi che addirittura mi suggerivano un timido accostamento con il Carmelo nazionale.

Alla prima [di Salomè] al Palazzo del Cinema, stipato di più di tremila bestiacce, accadde l’inverosimile. Urlavano di tutto. Il prefetto aveva un gran da fare a sedare i tumulti. I veneziani in frac mi sputavano addosso, li benedicevo e loro si incazzavano ancora di più. Evitai il linciaggio grazie alla barriera umana dei celerini, per una volta dalla mia parte.

C.B.

Cominciai così ad approfondire il tuo sterminato lavoro, che oggi ha addirittura superato il traguardo dei 100 film. Un approccio, il tuo, quasi alla Joe D’Amato: maturato nell’underground, estremamente prolifico e libero di muoversi fra generi e situazioni produttive. Ricordo ad esempio, fra le prime visioni post-Izo, il delirante e spassoso The Happiness of the Katakuris, musical che frulla insieme horror e commedia con gustose soluzioni in claymation. E pensare che in Occidente, quanto ai musical, ci si entusiasma per certi filmacci basati soltanto su sterile formalismo e seriosità.

Guarda e impara, dannato Chazelle!

Molto ho apprezzato il tuo filone Yakuza, film crudi ed efficaci benché (o forse perché) carenti di quegli eccessi stravaganti che hanno caratterizzato tanta parte della tua produzione. Mi riferisco a Shinjuku Triad Society (il tuo primo lungometraggio per il grande schermo), Rainy Dog, Ley Lines, Agitator e l’ottimo Graveyard of Honor. Ne possiedo una bella collezione in dvd di pessima qualità e gelosamente la custodisco, poiché ritengo che la resa visiva a bassa risoluzione valorizzi molto quella sensazione di degrado, disperazione e sporcizia che la sapiente regia, fotografia e messa in scena riescono a trasmettere.

Mi duole invece confessarti che di fronte ai tuoi film più pazzerelli certe volte sono rimasto un po’ perplesso. In ordine sparso: ho trovato il tuo Yattaman abbastanza svogliato ed incapace di portare ad estreme conseguenze le potenzialità del soggetto (vedasi l’inspiegabile miscasting di Miss Dronio); capisco la rivendicazione postmoderna insita nel famigerato finale di Dead or Alive, ma considerando la struttura generale del film mi è parsa una soluzione mal congegnata e tutto sommato facilona; grazie a Fudoh: The New Generation ho imparato a prestare massima cautela nei confronti delle ragazze con la cerbottana, ma quanto al resto… boh.

E purtroppo entrambi rammentiamo il tuo esordio al Calvari Film Festival, nell’edizione 2017: ci portasti Yakuza Apocalypse e te ne tornasti a casa con il Premio San Rocco per il film più deludente.

Le insospettabili capacità di una ragazza con la cerbottana

La debolezza delle opere in questione sta nel fatto che esse, così come molti adattamenti di manga che hai curato (Crows Zero, As the Gods Will, L’immortale), beneficiano del tuo buon mestiere ma mancano di idea artistica, cioè d’una visione di insieme capace di dare compiutezza a quel caos che in genere sai abilmente gestire.

Per carità, è fisiologico qualche passo falso o episodio minore in una filmografia vasta quanto la tua. Se le mie parole ti suonano troppo severe me ne scuso, ma mi sento di essere così schietto proprio perché ti ho sempre stimato, sin da quel giorno del 2004 a Venezia ed ancor più quando mi sono reso conto che somigliavi ad una mia professoressa del liceo non particolarmente graziosa. Accogli quindi le mie osservazioni come quelle di un amico che fu folgorato dal tuo Izo ed ha continuato ad ammirarti per film quali Audition, il pasoliniano Visitor Q e Big Bang Love, Juvenile A. Queste, sì, opere sostenute da una precisa visione artistica.

Sappi inoltre che talvolta sono io ad aver errato nella valutazione, e l’ho capito rivedendo l’acclamato Ichi the Killer. Anni fa, quando ne presi visione per la prima volta, formulai infatti un giudizio ingiustamente critico, giacché non ero stato in grado di cogliere le tue brillanti intuizioni. Fra queste l’impiego, lasciami dire, geniale di Shin’ya Tsukamoto, regista-attore che, nei panni di un imperscrutabile architetto della morte, muove i fili dell’intera storia scatenando un vero e proprio gioco al massacro.

Uno Tsukamoto in formissima

Credo allora, Takashi, che sia per me doveroso fare ammenda e, con l’invito a lasciarci alle spalle ogni possibile incomprensione, renderti il meritato tributo, ancora una volta, nell’ambito di questa illuminante e tungstenica rassegna del CoFF. Per l’occasione proietteremo Gozu, altra tua opera fra le più sorprendenti. Ti aspettiamo quindi domani, mercoledì 13 maggio, ore 21.30 (fuso orario di Calvari), per una tranquilla serata di Smart-Instituting.

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