Un serata da cannibali: “Antropophagus”


T U N G S T E N O
La rassegna in fondo al tunnel


Quando entrammo nel tunnel dello Smart-Instituting non sapevamo quanto sarebbe durato il percorso né quali tesori avremmo potuto rinvenire in quell’arcana dimensione dell’essere. La traversata è stata avventurosa ma profittevole, giacché la guida dell’istinto prima e d’un padre tecnologico poi ha consentito di scovare autentiche perle della cinematografia e persino opere in oro purissimo. Ora però, dopo molte settimane, pare in lontananza di poter scorgere l’uscita. A segnare la via è un altro metallo che, portato a incandescenza, fa luce su altri 13 fenomenali film. Ci apprestiamo quindi a compiere gli ultimi passi, rinfrancati dal vivo bagliore del tungsteno e certi che una cifra così fortunata aiuterà il buon esito di questo lungo viaggio.


Mondo cane! Mondo cannibale! Dea cannibale! Tutte imprecazioni, di uso comune, che riflettono un forte turbamento dell’animo di fronte a fatti dell’esistenza che lasciano sgomenti oppure strabiliati.

“Mondo cannibale, ma questo è seitan!” disse il cannibale

E ancora, “porco mondo!” esclamerebbe Jack Burton nel venire a conoscenza della sbalorditiva carriera di Joe D’Amato, alfiere del cinema di genere italiano che ha saputo tenerne alta la bandiera frequentandone molti e svariati di generi. L’eclettico Joe ha infatti diretto circa 200 film, spaziando dall’horror al fantasy, dal western al post-apocalittico, dall’erotico al vero e proprio porno. Prolifica fu altresì la sua attività di direttore della fotografia, e svolse pure un ruolo produttivo per opere quali Deliria (l’esordio alla regia di Michele Soavi), Troll 2 (il cult di Claudio Fragasso) e Le porte del silenzio (l’ultimo grande film di Lucio Fulci).

Tutto ciò facendo ricorso per le diverse occasioni a quasi 50 pseudonimi, fra cui spiccano Donna Aubert, Arizona Massachuset, Jon Shadow, Chang Lee Sun, Michael Wotruba e lo stesso Joe D’Amato, giacché il suo vero nome, quello all’anagrafe, era Aristide Massaccesi. E, paradossalmente, la sua prima regia cinematografica nemmeno l’ha firmata, lasciando l’onore all’aiuto-regista Romano Scandariato (sotto lo pseudonimo di Romano Gastaldi!). Qui si vede la generosità dell’uomo, che si accontenta di venire accreditato come direttore della fotografia e rinuncia così ad intestarsi pienamente la direzione artistica d’un film con un titolo fra i più formidabili di sempre.

Come non ricordare poi quella volta in cui Joe andò in trasferta nei Caraibi e, nel giro di un paio d’anni, nonostante un budget ridotto all’osso, sfornò una miriade di pellicole di millemila generi: l’action Duri a morire, con protagonista Luc Merenda, girato a Santo Domingo ma ambientato in Africa; Sesso nero, dramma pornografico la cui sceneggiatura venne miracolosamente scritta in un solo giorno dal fidato George Eastman (al secolo Luigi Montefiori); Papaya dei Caraibi, thriller che diede l’avvio al cosiddetto periodo esotico-erotico di D’Amato, e a seguire Orgasmo nero, il bizzarro Le notti erotiche dei morti viventi, Porno HolocaustHard SensationPorno Esotic LoveParadiso Blu, quest’ultimo con la partecipazione straordinaria d’una figlia di Ingmar Bergman.

Ipse dixit

Un universo davvero coraggioso ed artisticamente stimolante fu quello del cinema di genere nostrano, non v’è dubbio alcuno. Fonte d’ispirazione persino per i Marvel Studios, i quali grazie ad un recente remake ad alto budget, basato sul celebre Endgame del buon Steven Benson Joe D’Amato, hanno realizzato uno dei maggiori incassi nella storia del cinema.

Celebrare questa grandiosa tradizione italica, con l’auspicio di analoghi fasti nel futuro prossimo, sembra perciò il modo migliore per inaugurare TUNGSTENO – La rassegna in fondo al tunnel. A tal fine si è scelto di visionare uno dei film più famigerati nella produzione horror di D’Amato, e cioè Antropophagus, atipico cannibal movie ambientato in Grecia e valorizzato dalla mostruosa performance del già citato George Eastman.

Saper fare il “genere” con ossa, conigli e tassiste

Conforta la decisione quando s’ebbe a leggere in proposito sulle pagine della rivista Nocturno:

Un film controverso nel panorama horror italiano di quegli anni. A metà strada tra il cinema cialtrone di Bruno Mattei e quello più sofisticato di Lucio Fulci, chiaramente influenzato dalla politica del body count di certo slasher americano ma anche dalla visceralità del genere cannibalico di Ruggero Deodato e co., Antropophagus resta ancora oggi pellicola di difficile collocazione e indubbio interesse.

Non resta quindi che ritrovarci il 29 Aprile, ore 21.30, per trascorrere un delizioso mercoledì da cannibali tutti assieme, naturalmente con le ormai ben rodate modalità dello Smart-Instituting.

3 risposte a “Un serata da cannibali: “Antropophagus””

  1. Avatar Il filo diretto tra personalità alla deriva e sadomasochismo: “Ichi the Killer” – Calvari Film Institute

    […] di riferimenti educativi possono aprire le strade alle peggiori devianze, alcune già mostrate in recenti successi Calvariani. Altre tutte da scoprire in questo incredibile […]

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  2. Avatar Caro Miike ti scrivo: “Gozu” – Calvari Film Institute

    […] che oggi ha addirittura superato il traguardo dei 100 film. Un approccio, il tuo, quasi alla Joe D’Amato: maturato nell’underground, estremamente prolifico e libero di muoversi fra generi e […]

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  3. Avatar Masterpiece, I Wrote: “Sette note in nero” – Calvari Film Institute

    […] of gore. Un gigante del cosiddetto cinema di genere italiano. Come già si è detto proprio in apertura di questa rassegna tungstenica, fu quella una stagione produttiva di grande audacia intellettuale, […]

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