CFF 2019 Awards (parte quarta) – L’impresa felice, onesta e pulita

Anno 2002, Campionato mondiale di calcio: agli ottavi di finale l’Italia viene clamorosamente eliminata dalla nazionale sudcoreana. Il popolo di tutto lo Stivale insorge. Pesa infatti sulla sconfitta una direzione arbitrale ai limiti del delinquenziale, ma c’è anche chi stigmatizza le scelte tattiche dell’allenatore azzurro, Giovanni Trapattoni. Tuttavia, ad attirare l’attenzione del Calvari Film Institute non fu all’epoca tanto la vicenda sportiva in sé, quanto piuttosto la puntata ad essa dedicata del Processo di Biscardi, trasmissione televisiva che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’informazione calcistica e non solo.

Una puntata di fuoco, con vette espressive degne del teatro o del cinema di Carmelo Bene (il quale, non a caso, fu ospite al programma di Biscardi). Simile prodigio può verificarsi soltanto quando il significante, l’incongruo e financo l’immediato (l’immediato svanire, direbbe appunto Bene) riescono a prevalere sulla struttura limitante del ragionamento.

In ordine sparso: svariati minuti in cui almeno una decina di persone parlano l’una sull’altra, a briglia sciolta, e talora si danno contro pur sostenendo posizioni analoghe; ricostruzioni e congetture che vanno arricchendosi di elementi bizzarri (la sorella suora di Trapattoni, il barattolo di senape, l’aneddoto sul mangiare l’erba, etc.); uscite estemporanee che vanificano lunghi discorsi mandando la platea in visibilio (“i francesi sono falsi!“); un’escalation di indignazioni che culmina in iniziative tanto esagerate quando infruttuose (si pensi all’auspicata cacciata di Trapattoni o al ritiro per protesta dai Mondiali dell’arbitro Collina, il quale finirà invece per dirigerne addirittura la finale). Il tutto con una convinzione e una veemenza oltre l’inverosimile.

Il nesso con il Calvari Film Festival 2019, per chi se lo stesse domandando, è duplice. Innanzi tutto, la puntata in questione è stata proiettata in loop, durante l’intero festival, in una delle sale dell’Institute per l’occasione aperta al pubblico. In secondo luogo va ricordato come Maurizio Mosca, voce tra le più perspicaci e originali del giornalismo italiano, ebbe a fare in quel contesto un’affermazione illuminante:

La gente al calcio, allo sport in generale, chiede imprese felici. La grande forza dello sport è l’impresa felice, onesta, pulita.

Lo stesso si potrebbe dire per il cinema, e infatti il concetto di impresa felice, onesta e pulita risulta più che adatto a spiegare il valore di film come Climax. Trattasi della prima partecipazione di Gaspar Noé al festival, cineasta già sotto attenta osservazione da parte dell’Institute e subito salutato con il conferimento del Sanrocchino d’argento (ex aequo). Non solo: le qualità del lungometraggio cui si accennava, e che s’andranno ora a sviscerare, hanno spronato la Giuria a elargire altresì il Pendolino di Maurizio Mosca per l’impresa più felice.

Dicesi felice l’opera che, pur originando da una costruzione abilissima e meticolosa, dispiega una forza comunicativa tale da rendere la fruizione semplice e diretta.

In quest’ottica, Climax esibisce un impianto registico estremamente virtuoso e sempre in controllo della messa in scena. Due lunghissimi piani sequenza dominano la prima e la seconda parte del film, oscillando tra le frenetiche coreografie di danza, roteando e vorticando in insistite inquadrature sottosopra, pedinando i protagonisti attraverso gli ambienti saturi di luci allucinatorie e, infine, risolvendosi nel caos dell’oscurità intermittente.

Ciò tuttavia non si esaurisce in mera ostentazione di sapienza tecnica, vale a dire il tanto vituperato esercizio di stile che puntella esili storielle con vistose soluzioni estetiche oppure prende a pretesto qualche messaggio o significato criptico per ricamarci su. L’approccio è molto più onesto e non abbisogna di simili sotterfugi né misteri, tant’è vero che persino le fonti di ispirazioni di Noé già dall’incipit vengono messe in bella mostra (si pensi in particolare a Suspiria, per le scelte fotografiche, e Possession, una cui celebre scena verrà poi evocata nel film).

Piace notare, sulla sinistra, alcune pubblicazioni del Calvari Film Institute

Ebbene, tutte queste suggestioni insieme alle performance attoriali, la traccia narrativa e l’incessante colonna sonora vengono unificate e strutturate dall’autore come un assalto sensoriale assoluto. Proprio qui si misura la distanza dall’esercizio di stile: non v’è alcuna disarmonia o squilibrio tra i diversi elementi del film, giacché tutti sono finalizzati a plasmare l’esperienza, per lo spettatore, dell’essere nella sensazione (parafrasando nuovamente Bene). Divengono così possibili sinergie altrimenti impensabili, come l’anomala eppure conturbante sinfonia prodotta dalla stratificazione di sopriri, grida disperate e Windowlicker di Aphex Twin, appena prima che l’isteria esploda, con altre urla e spasmi, in una stanza pervasa da luce arancione.

Eccola in definitiva l’impresa felice, ogni qual volta il perfetto connubio tra chiarezza d’intenti e precisa esecuzione genera un’esperienza appagante anche se si prescinde da un filtro o post-elaborazione intellettuale. Come nel caso di Climax, o del citato episodio del Processo di Biscardi, o ancora, più in generale, del miglior cinema d’intrattenimento.

“I francesi sono falsi!”

2 risposte a “CFF 2019 Awards (parte quarta) – L’impresa felice, onesta e pulita”

  1. Avatar jhonnysilver90
    jhonnysilver90

    Un premio così pregno di significanti e significati che mi sento spronato a recuperare l’opera ma anche il processo.

    Piace a 1 persona

  2. Avatar La terza via al sublime: “Barbarella” – Calvari Film Institute

    […] parole in certa misura analoghe erano state in precedenza spese per definire il fenomeno dell’impresa felice come l’esperienza di “essere nella sensazione”, godibile anche prescindendo da […]

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