Il Calvari Film Institute ha sempre tenuto in massima considerazione le produzioni artistiche del lontano Oriente, come dimostra la vivace attività di ricerca e approfondimento che notoriamente contraddistingue il Centro Studi di Osaka. Là operano infatti stimatissimi colleghi, meritevoli di menzione, se non altro, per le loro recenti elaborazioni in tema di videoclip sudcoreani: modalità espressiva, questa, che l’intera comunità scientifica oggi unanimemente riconosce quale avanguardia pop dalla mirabile esattezza formale.
In tal senso il Calvari Film Festival 2019 non ha fatto eccezione, avendo dato spazio e così risalto a ben tre opere provenienti dalla terra del Sol Levante.
Due di esse, ovvero Akira e l’altrettanto imprescindibile Ghost in the Shell, non solo rappresentano il meglio dell’animazione giapponese ma hanno inoltre dato un contributo fondamentale alla definizione dell’immaginario cyberpunk. In quest’ottica notevoli e svariati sono tanto gli elementi di interesse quanto i motivi di lode comuni ad ambo le pellicole: l’ambientazione in un futuro distopico efficacemente tratteggiato, la trama incentrata su intrighi politici dai risvolti eversivi, l’ispirato character design, la qualità di disegni e animazioni, le magistrali sequenze d’azione, la tematica dell’identità personale e della ricerca del vero sé, l’epilogo spiazzante e al contempo liberatorio.
Per queste e analoghe ragioni i film in questione si sono guadagnati un riconoscimento di eccezionale valore, ad essi conferito ex aequo: trattasi nientepopodimeno che del Trofeo Adrian, il premio evento al miglior film d’animazione.

L’onorificenza appena citata non è l’unica ad essere stata oggetto di assegnazione congiunta. L’inestimabile pregio delle opere in concorso ha infatti indotto la Giuria a fare ugualmente rispetto ai premi, di sommo prestigio, intitolati al santo patrono della ridente località in cui il festival tradizionalmente si svolge.
È così che il Sanrocchino d’argento è stato attribuito ad addirittura quattro lungometraggi, grazie anche alla solerzia dimostrata a tal fine dalle fucine dell’Institute. Nel novero dei fortunati rientra Antiporno, ulteriore componente della terna nipponica che ha segnato il ritorno a Calvari del benvoluto Sion Sono dopo la partecipazione al CFF 2017 (Tag). Il film ha fatto colpo sui giurati, oltre che per la propria valenza individuale, in particolare perché sembra ricapitolare, mediante un brillante impianto di messa in scena, l’indagine che attraversa l’intera filmografia del regista, e cioè quella incentrata sul vivere sociale della donna. Tant’è vero che una prossima rassegna del CoFF 2020, dedicata ad un argomento affine, beneficerà del contributo artistico anche di Sion Sono.
A convalida dell’importanza etica ed estetica di Antiporno, un comitato collaterale alla Giuria ha altresì assegnato il Premio Moige per il miglior film da vedere con tutta la famiglia.

Sempre a proposito di artisti nei cui confronti l’Institute nutre smisurata ammirazione, apprezzatissima è stata la rinnovata adesione al festival di David Lynch, già acclamato alla Calvari Film Expo 2016 (Eraserhead, Mulholland Drive e Inland Empire) e successivamente ospite al CFF 2017 (Cuore selvaggio). In occasione del CFF 2019 il maestro ha ancora una volta intrigato e conturbato il pubblico con Strade perdute, ricevendo da parte dei giurati, quale ringraziamento per la stupefacente esperienza offerta, sia il Sanrocchino d’argento (ex aequo) sia il Nastro di Möbius per la miglior sceneggiatura.
Il Calvari Film Festival è come una buona tazza di caffè a mezzanotte.
David Lynch

Il labirinto narrativo ed insieme psicologico che Lynch ha saputo figurare nel suo lavoro accomuna quest’ultimo a due altre prelibatezze dalla struttura similmente intricata e ambivalente: Escape Room (2017), il cui inserimento nel palinsesto del festival è stato fortemente caldeggiato da alcuni esponenti di spicco dell’Institute, e Catacombs, che al contrario ha costituito un’aggiunta dell’ultimo minuto (finendo per dilatare la serata di proiezione fin quasi all’alba).
Quanto accaduto con Escape Room ha dell’inspiegabile: il film ha infatti subito suscitato nella Giuria un leggero languorino; non proprio fame, ma più voglia di qualcosa di buono. Fortuna volle che a portata di mano ci fossero dolciumi squisiti e gustosi, in quantità tale da tenere occupati i giurati per almeno un’ora. Ciò ha determinato l’attribuzione del Premio Ambrogio per la miglior consumazione di dolci durante la visione di un’opera audiovisiva.
L’imprevista proiezione di Catacombs ha offerto poi lo spunto perfetto per rendere omaggio ad un programma televisivo che ormai da decenni svolge, a tarda notte, una vitale attività di divulgazione cinematografica. I giurati hanno pertanto elargito il Premio Fuori Orario per cose (mai) da vedere.
Da ultimo, è inevitabile dar conto della polemica che ha preceduto l’intervento al CFF 2019 di Suspiria (2018), terzo vincitore della statuetta argentea (del quarto si discorrerà in separata sede). Il film avrebbe infatti già dovuto presenziare al CFF 2018, ma oscure trame di palazzo ne dirottarono la prima visione assoluta in un luogo che nemmeno è degno di essere nominato, e ove peraltro l’opera non ottenne alcun riconoscimento. La risposta dell’Institute fu immediata e risoluta, venendo mostrato in sostituzione il sequel dell’originario Suspiria (1977).
Seguirono mesi di silenzio, finché non si fece avanti un mediatore assolutamente inaspettato. Era questi, ed è tuttora, un cantore di ineguagliabile creatività, del quale gli studiosi europei, prendendo esempio dai loro omologhi ad Osaka, avevano da qualche tempo iniziato a scandagliare la sconfinata produzione. Per altro verso, aveva egli profondamente influenzato Thom Yorke nel realizzare la colonna sonora di Suspiria. Un segno del destino, probabilmente.
La Giuria ha dato inconfutabile prova di saper apprezzare la qualità a prescindere da ogni possibile risentimento, consegnando nelle mani del regista Luca Guadagnino non solo il Sanrocchino d’argento ma pure il Premio Break Dance per la miglior coreografia spezza-ossa. Ha senza dubbio contribuito al favore di giudizio la circostanza che il film sia stato proiettato in una versione musicata dal vivo dal summenzionato paciere, cui va perciò l’eterna gratitudine dell’Institute. Per chi non avesse ancora inteso, si sta parlando del maestro Domenico Bini.

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