Piace prendere le mosse dalla serata conclusiva del Calvari Film Festival 2019, e così ricordare il giubilo di tutta la Giuria nell’assistere all’ultima fatica di un illustre maestro della settima arte. Si è trattato di un vero e proprio evento, non solo perché la visione del film in questione è avvenuta in concomitanza alla sua uscita nelle sale ma soprattutto perché in tale occasione si è potuto finalmente attribuire il giusto riconoscimento ad una personalità nei cui confronti il Calvari Film Institute, sin dalle proprie origini, ha sempre mostrato massimo interesse.

A fronte d’una filmografia che con Il signor Diavolo ha ancora una volta toccato il sublime, si è pertanto ritenuto all’unanimità di conferire a Pupi Avati il Premio Verro alla carriera.
Il signor Diavolo corona d’altronde in maniera egregia il percorso che l’autore ha saputo tracciare nei generi thriller e horror, con una tappa ogni decennio a partire da La casa dalle finestre che ridono nel 1976. Ad allora risale infatti la codificazione del cosiddetto gotico padano, radicato nella campagna contadina e nella fosca umanità che là dissemina segreti indicibili, mentre i successivi Zeder e L’arcano incantatore avrebbero poi aggiunto a siffatto contesto una sinistra componente sovrannaturale. E pure da Il nascondiglio, film meno in linea con i precedenti, ritorna l’idea di un orrore celato nei meandri d’un edificio.
Lungi però dal costituire un semplice benché efficace best of, Il signor Diavolo ha anzi dimostrato come la poetica avatiana riesca ancora a dispiegarsi con il vigore e la precisione d’un tempo, presentando una storia ove a dominare sono proprio i capisaldi di detta poetica: l’inettitudine a vivere, la sconfitta personale, la vana ricerca della verità e la forfora sulla giacca (tant’è che qualche commentatore più sbarazzino ha parlato a proposito di poetica della sfiga). E poi quel finale, così repentino, così enigmatico, inesorabilmente tombale.

Il Calvari Film Festival 2019 è stato inoltre animato dalla celebrazione di un altro grande artista, con la rassegna dedicatagli Scusa ma ti chiamo autore: Federico Moccia da alfa a omega. È così giunta a compimento una retrospettiva iniziata addirittura nella Calvari Film Expo 2016 (Amore 14) e copiosamente proseguita al CFF 2018 (Classe mista 3ª A, Scusa ma ti chiamo amore, Scusa ma ti voglio sposare e Universitari – Molto più che amici).
Federico Moccia, appunto: scrittore, sceneggiatore, regista, autore televisivo e persino uomo politico; una figura poliedrica insomma, la quale ha lasciato un segno indelebile tanto nella letteratura quanto nel cinema in forza di un approccio mai scontato, sempre refrattario alla retorica del bene e del male e perciò capace di alternare episodi spensierati a momenti più cupi. Si capisce allora come il corpus mocciano costituisca un’eccellenza che, almeno nel genere romantico, difficilmente possa trovare eguali nel panorama contemporaneo (forse solo l’ottimo Wong Kar-wai).
Testimoniano l’indiscutibile valore dell’autore le opere presentate al CFF 2019. Trattasi delle prima riduzioni cinematografiche dei suoi successi letterali, cui egli ha contribuito come sceneggiatore (Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te), nonché dell’ultimo film realizzato in veste anche di regista (Non c’è campo).
Le onorificenze conseguite sono svariate e assai significative.
Nel caso di Tre metri sopra il cielo, la Giuria ha sommamente apprezzato la caratterizzazione dei due protagonisti e, in special modo, la prova attoriale offerta da Riccardo Scamarcio nei panni del tormentato Step. Quest’ultimo si è perciò guadagnato la Coppa Scamarcio, della quale è degno soltanto chi si sa prendere esempio dai più grandi. Inoltre, la raffigurazione della coprotagonista Babi (interpretata da Katy Louise Saunders) come ragazza risoluta, che si concede solo alle proprie condizioni, è valsa al film il Premio Castità o Castello.
Carmelo Bene per me rappresenta un vero padre spirituale. Fa credere che i grandi maestri, anche a distanza di tempo, siano immortali. È stato il più grande attore mai esistito, se per attore intendiamo un individuo capace di manipolare, dialogare e muoversi a metà tra il reale e il surreale. Oggi, per me, Carmelo Bene è ancora il futuro.
Riccardo Scamarcio
A Ho voglia di te è andato poi il Premio Stecca per la miglior sottotrama dedicata al gioco del biliardo, mentre Non c’è campo si è portato a casa il Premio 5G per la sensibilizzazione rispetto al problema dell’arretratezza tecnologica in certe zone del Bel Paese.
Non è però finita qua.
I giurati infatti, analogamente a quanto fatto per il maestro Avati, hanno voluto accomiatarsi da Federico Moccia con un ulteriore tributo al suo operato complessivo nelle arti. Gli è stato pertanto consegnato il Premio Pollo alla carriera, denominazione che intende omaggiare la memoria di uno straordinario personaggio nato dalla penna dell’autore. Ciò, tuttavia, con la consapevolezza che non si tratta di un addio ma solo di un arrivederci.


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