
Neri Parenti continua a sperimentare con il genere, confezionando stavolta un cinepanettone dal gusto fortemente amaro. Christmas in Love è infatti un film dolente, percorso da profonde venature drammatiche, tanto che lo stesso titolo finisce per suonare sarcastico.
L’amore di ragazze molto giovani verso uomini avanti negli anni, l’amore clandestino tra ex coniugi e l’amore per un divo televisivo: l’amore è al contempo motivo scatenante comune alle diverse linee narrative ed occasione per mettere in luce problemi e fragilità legate non tanto alla realizzazione del sentimento, bensì al vivere concreto. La ricostruzione così proposta da Neri Parenti colpisce per la fine tessitura dell’intreccio e lucidità d’analisi, peraltro valorizzate da una messa in scena scevra dalle iperboli che tipicamente connotano i film del regista.
Spicca in particolare la storyline con protagonista Massimo Boldi. Trattasi di un uomo di successo il quale, dopo aver lasciato la moglie per l’amante (Alena Šeredová), si trova a dover condividere le vacanze anche con la figlia (Cristiana Capotondi, già diretta da Parenti in Vacanze di Natale ’95) ed il suo nuovo compagno americano (Danny DeVito, reduce dal Big Fish di Tim Burton). La vicinanza d’età fra padre e boyfriend della figlia nonché fra quest’ultima e la fidanzata del genitore è causa di analogie e identità di situazioni evidenti a tutti fuorché a Boldi, il quale rifiuta ogni accostamento con il coetaneo, depreca la relazione della giovane figlia con un “vecchio” e tenta in ogni modo di provocarne la rottura.
Le soluzioni di sceneggiatura sono qui validissime: basti pensare alle sequenze in cui Boldi si lamenta con la compagna, lei prende le difese dell’altra coppia e lui le fornisce inconsciamente argomentazioni in grado di minare le fondamenta del loro stesso rapporto. A ciò si aggiungono la bravura attoriale della Šeredová, davvero abile nel caratterizzare il suo personaggio con sguardi e non detti di convincente naturalezza, e la credibilità dell’antieroe crepuscolare, incarnato da Boldi, che con inutile ostinazione tenta di sottrarsi alla schiavitù del tempo.

Altrettanto ammirevole è la regia di Parenti, il quale dissemina qua e là tocchi di classe alle volte così sofisticati da poter sfuggire ad uno spettatore poco versato nella settima arte. È il caso della scena in cui Boldi prende conoscenza della spiacevole lettera lasciatagli dalla compagna, ove la tenue variazione di fotografia dal chiaro allo scuro sottolinea il mutamento di stato d’animo dopo la lettura della missiva.
Passando agli altri episodi del film, merita attenta considerazione la vicenda di Concetta (Anna Maria Barbera), umile operaia ossessionata da Ronn Moss, il Ridge Forrester di Beautiful, a tal punto da rischiare incidenti stradali pur di essere a casa in tempo per la puntata quotidiana della soap opera. Bastano poche ma sapienti pennellate a delineare il ritratto di una donna il cui sogno d’amore rappresenta il rifugio da un’esistenza per il resto parca di soddisfazioni. Il fatto ad esempio che la sua abitazione ostenti numerose icone dell’amato (gli addobbi dell’albero natalizio, la testiera del letto, cuscini e lenzuola) funziona superficialmente come espediente comico, ma alcuni accorgimenti della messa in scena (i Pupi siciliani accanto al televisore e lo scorcio della città antica attraverso la finestra aperta) rimandano ad una dimensione locale remota cui la sognatrice è tristemente destinata ad appartenere.

Ecco allora che quando Concetta, avendo vinto il concorso “Passa il Natale con Ridge”, può finalmente conoscere l’attore le cose vanno rapidamente a rotoli: gli atteggiamenti oltremodo molesti della fan imbarazzano e presto indispongono l’uomo, e anche se in seguito la donna riesce ad approfittarsi di lui (in tutti i sensi) grazie ad una sua temporanea perdita di memoria l’idillio dura poco.
Dalla vita che cosa ho avuto io, da zero a cento? Tre, tre virgola due al massimo. Mica è facile, sai, andare avanti. Ci sono dei momenti che… che non lo so io, che tutto questo va a finire? Così, anche se a tua insaputa, ho voluto anche io, con tia Ronn, per un giorno almeno… sì, la voglio anche io credere una vita beautiful.
Concetta
Non a caso l’ultimo ballo tra i due rimanda direttamente a quello tra Cristiana Capotondi e Luke Perry in Vacanze di Natale ’95, quasi a costituirne una mesta rivisitazione. Se all’epoca infatti la ragazzina aveva finalmente modo di incontrare il suo idolo, così coronando un sogno di gioventù che avrebbe poi fisiologicamente lasciato spazio ad altri interessi, il sogno di Concetta volge invece al termine, benché l’addio sia addolcito da un ultimo regalo dell’adorato Ridge.

L’ultimo blocco narrativo, affidato al dinamico duo Christian De Sica e Sabrina Ferilli, ripropone un classico schema da cinepanettone, e cioè il tradimento coniugale plurilaterale (altrimenti detto incrocio tra cervi). Sebbene tale impostazione lo renda il segmento meno originale, è proprio qui che si riesce a ricavare una delle chiavi di lettura più interessanti dell’intero film: la mutazione psicofisica.
La turbolenta relazione tra De Sica e la Ferilli, peraltro entrambi chirurghi plastici, va infatti di pari passo con il mutamento delle loro carni: così, mentre un litigio durante la separazione provocò a De Sica una menomazione testicolare, al tempo del ritorno di fiamma lui sfoggia un trapianto di capelli e lei il seno rifatto; allo stesso modo la rottura definitiva in uno dei tre finali alternativi (indice lampante di come Parenti giochi consapevolmente con i generi cinematografici) scaturisce da reciproche critiche riguardanti appunto aspetti corporali, quali l’alito, il profumo e la sudorazione.
Analoghe considerazioni possono svolgersi per la padellata in testa a Ronn Moss, causa della perdita di memoria e conseguente cambio di disposizione d’animo nei confronti di Concetta, e soprattutto per le difficoltà che Boldi affronta non volendo accettare i limiti dell’età (il malore in discoteca su tutti). D’altronde è lo stesso Boldi a dichiarare, come gli rinfaccerà la moglie nell’epilogo, che “la carne è carne”.

A fronte delle riflessioni svolte sul rapporto tra corpo e psiche, non pare ardito, in conclusione, accostare l’opera di Neri Parenti alla filmografia di un altro grande del cinema la cui poetica è interamente dedicata allo studio dell’umana mutazione: David Cronenberg.
Io credo che noi pensiamo che la nostra esistenza fisica sia relativamente stabile, ma io non penso che lo sia. Il nostro corpo è come un uragano: muta costantemente, è solo un’illusione che si tratti dello stesso corpo giorno dopo giorno, ma non è mai lo stesso da un momento all’altro. Per questo la questione dell’identità diventa ancora più urgente. Avvertiamo che siamo qualcuno che continua, che ha una storia, che ha un futuro, ma non lo puoi provare. È impossibile.
Neri Parenti



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