
Alla regia del suo primo cinepanettone in senso stretto, Neri Parenti sovverte ogni aspettativa e realizza un film quasi horror camuffato da film natalizio.
Nell’immaginario contemporaneo è prevalsa una rappresentazione del Natale quale occasione in cui le famiglie scartano gioiosamente i regali ai piedi dell’albero, carico di addobbi, per poi riunirsi intorno a tavole riccamente imbandite, mentre all’esterno le città sono ravvivate dalle luci e decorazioni che campeggiano per le strade e sulle facciate delle abitazioni. Si viene così a creare un’atmosfera pressoché magica, permeata di buoni sentimenti.
Quello che allora Parenti mette in scena con Vacanze di Natale ’95 costituisce un vero e proprio attentato ai luoghi comuni della santa festività. Basterebbe, a dimostrare l’assunto, quanto avviene nel primo quarto d’ora della pellicola:
1) Massimo Boldi impreca di fronte ad una suora;
2) l’interprete della Madonna in un presepe vivente ed il medesimo Boldi, nei panni di San Giuseppe, si confidano di essere separati dai rispettivi coniugi (per la precisione, il marito della signora è scappato dopo vent’anni di matrimonio con una russa che fa lo strip-tease);
3) Christian De Sica trascorre la serata della vigilia giocando a carte con amici e così trascurando la moglie; quest’ultima, furibonda, l’indomani lo sbatte fuori di casa;
4) De Sica subito dopo rovina l’improvvisata del vicino, travestito da Babbo Natale, ai figli rivelando loro che si tratta del padre (” A rincoglioniti, non è Babbo Natale, tirategli la barba, è papà!”);
5) battute su malati terminali e Zulù;
6) screzi e incomprensioni tra Boldi e la figlia (una giovanissima Cristiana Capotondi), la quale gli spiega che lo scopo della loro vacanza ad Aspen, in Colorado, è conoscere il suo mito Luke Perry (attore protagonista nella serie Beverly Hills, 90210).
Parenti però non si ferma qua: elementi di critica sociale, per così dire, erano d’altronde già presenti nel seminale Vacanze di Natale. Da qui l’esigenza espressiva di portare a compimento un’operazione ancora più radicale, deformando la proverbiale dimensione farsesca da cinepanettone in un groviglio di grida, nervosismo, paranoie e preoccupazioni che sconfina nell’orrore psicologico. Il risultato è per certi versi analogo a quello che, molti anni dopo, Lars von Trier conseguirà in Antichrist.

Aspen si tramuta così presto in un territorio gravido di insidie, ove un padre deve temere che la figlia perda precocemente l’innocenza ed una partita a carte andata male costringe lo sconfitto ad accettare un patto scellerato. Gli stessi abitanti del luogo, a causa delle loro azioni o del semplice aspetto, contribuiscono alla generale sensazione di disagio, capace a tratti di sfociare addirittura in angoscia. La sfilata di mostri è composta, tra i tanti, da una receptionist con una dentatura grottesca, un malcapitato completamente ingessato su cui gli altri personaggi a più riprese infieriscono, poliziotti minacciosi ed una sciroccata che trascina chi le presta aiuto in una spirale di guai.

A ciò si aggiunge la difficoltà, deliberatamente generata nello spettatore, di nutrire simpatia verso i protagonisti. Questi infatti assumono atteggiamenti sempre inadeguati e inopportuni, si urlando continuamente in faccia e, anche quando le circostanze avverse potrebbero suscitare in loro favore una certa empatia, si producono in qualche esagerazione che subito acuisce il contrario sentimento dell’avversione. L’effetto complessivo è quello di privare la visione di qualsivoglia soddisfazione emotiva.
Sotto questo profilo le disavventure di Boldi sono particolarmente eloquenti. È qui infatti che la regia di Parenti spinge all’estremo il capovolgimento di ogni situazione nel suo opposto emozionale, toccando vertici di rara assurdità.
Si pensi alla scena della discoteca: un contesto di normale svago che però si tramuta rapidamente per Boldi in un incubo ad occhi aperti, non appena la figlioletta inizia a dimenarsi davanti a Luke Perry; il montaggio sempre più frenetico e le inquietanti luci rosse al neon traducono efficacemente a livello visivo l’ansia montante nel genitore.

C’è poi tutta la sequenza al Bistrot di Roger, in cui il tono oscilla incessantemente tra il buffo, la volgarità gratuita ed il grottesco. Nello specifico, la regia della lotta nel fango tra Boldi e due ragazze in bikini fuga immediatamente qualsiasi risvolto sensuale per alimentare invece un crescente senso di repulsione. Ciò grazie ad inquadrature dalla forte valenza pittorica, che attraverso un’ardita composizione dell’immagine ed una precisa palette cromatica riescono a rappresentare i corpi come una massa informe di glutei, seni e Boldi ricoperti da melma.
Più in generale, vale la pena di sottolineare come pure l’abbondante esposizione dei corpi, appunto, nel corso del film risponda alla strategia sovversiva tenacemente perseguita da Parenti. Le bellezze femminili si manifestano infatti allo sguardo in momenti di pericolo o quanto meno sconvenienti, mentre i nudi maschili, su cui la macchina da presa insiste altrettanto spesso e volentieri, risultano tutt’altro che statuari (basti dire che Boldi trascorre la maggior parte del minutaggio senza avere nulla indosso).

Merita infine particolare attenzione l’epilogo del film, sotto un duplice aspetto. In primis, perché la narrazione avrebbe potuto benissimo assumere tinte violente, o anche solo drammatiche, senza con ciò compromettere la coerenza del racconto ma anzi portando a maturazione le cupe suggestioni che attraversano l’intera pellicola.
In secondo luogo, perché Parenti, pur non osando tanto, adotta comunque uno stilema tipico di molto cinema horror: l’apparente lieto fine subito smentito e vanificato da un ultimissimo colpo di scena. Con una piccola variante, però, che sortendo quasi l’effetto di un esorcismo restituisce il cinepanettone alla sua naturale dimensione.


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